"Destinati alla beatitudine.
Breve trattato sui Novissimi"
Presentazione dell'autore
Pro. Mons. Giacomo Canobbio
Introduzione
del Prevosto Mons. Giacomo Bulgari
Il professor Mons. Giacomo Canobbio lo conosciamo bene: è nostro conterraneo e Lovere gli è familiare. Già presidente dell'Associazione Teologica Italiana, è docente di Teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale di Milano e lo Studio teologico Paolo VI di Brescia. Dal 2009 è Delegato vescovile per la pastorale della cultura.
Ha all'attivo diverse pubblicazioni di cui una, recente, connessa con il libro di questa sera, dal titolo «Il destino dell'anima. Elementi per una teologia» pubblicato nel 2009.
Essendo io abbonato alla "Rivista del clero italiano" di Vita e Pensiero,vi trovo spesso suoi contributi, destinati a volte a far parte di un suo volume in fase di composizione, come è nel caso del libro di questa sera: "Destinati alla beatitudine. Breve trattato sui Novissimi".
Il tema, come anche l'autore fa notare, mantiene tutto il suo interesse e il suo fascino anche oggi, e non solo per gli intellettuali; e questo interesse resiste nonostante il nostro tempo, caratterizzato da un evidente trapasso epocale - oltre la post-modernità? -, veda le persone alquanto appiattite sul presente; parlare delle "realtà ultime" potrebbe apparire un lusso riservato a pensatori speculativi.
Nello scorso mese di febbraio si è svolto un breve corso di quattro conferenze presso la clinica Poliambulanza di Brescia, tenuto dal teologo dominicano P. Giuseppe Barzaghi sul tema: «L'aldilà. Il destino dell'uomo». L'aula magna, affollatissima, che non riusciva a contenere gli uditori, dice del desiderio insopprimibile di sapere. Mi sembra particolarmente pregnante la sintesi, certamente dettata dal conferenziere, riportata sul dépliant. «Oltrepassare. È la fatica più grande. Ha sempre davanti un ostacolo. E l'ostacolo, si sa, si oppone: sta davanti e impedisce. Come se non volesse lasciar vedere ciò che c'è oltre la morte. Eppure la nostra anima è protesa all'attraversamento. Ha una tensione verso ciò che c'è oltre la morte, perché sentiamo in noi che non può finire tutto. Sentiamo in noi un istinto di immortalità e di eternità e questo ci spinge a oltrepassare e a traguardare: a guardare la di là. Ma solo la fede ci fa questo dono del "traguardare", perché nella fede tutto è compiuto, definitivo, ultimo. È l'escatologia cristiana».
Il professor Canobbio stesso nella sua documentata trattazione fa riferimento ad alcune recenti pubblicazioni sul tema. Dalla pubblicazione di Vito Mancuso "L'anima e il suo destino" del 2007 che ha avuto grande diffusione, grazie anche al battage pubblicitario che l'ha favorita; alla "Breve storia dell'anima" del 2003 per l'editrice Mondadori del noto biblista Ravasi, che riassume i risultati esegetici degli ultimi decenni del XX secolo. Senza dire del riferimento ad altri numerosi testi, tra i quali anche interventi critici sul tema dell'anima, dove si mettono in evidenza il contributo delle neuroscienze, ma anche i loro limiti, soprattutto quando presumono di travalicare il loro ambito.
L'itinerario del libro che il nostro professore ci presenta questa sera, in sei capitoli, offre una rigorosa e articolata riflessione teologica, con la chiarezza che gli è propria, che rende lo scritto fruibile anche ai non addetti ai lavori.
Passo ora rapidamente in rassegna i sei capitoli del volumetto che sta per essere presentato.
L'esordio: Come conoscere il nostro destino. "E' difficile sopportare il mistero" , annota l'autore. Ma occorre il coraggio di stare davanti all'interrogativo senza prendere scorciatoie.
Mi è venuta alla mente la nota affermazione del filosofo Ludwik Wittgenstein «Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».Ignoro il contesto di questa affermazione, ma mi pare evidente che, quando si tratta della conoscenza del nostro destino ultimo, noi siamo di fronte a un desiderio incontenibile e insopprimibile di sapere che esige di essere indagato, esplorato.
Recita la "Gaudium et Spes": «L’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe di eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte». (GS 18)
Ma la certezza che questo "istinto del cuore" avrà reale compimento, non può che avere la qualità di una certezza di fede.
L'Enciclica di Giovanni Paolo II del 1998 "Fides et Ratio" così esordisce: « Fede e ragione sono le due ali con le quali lo spirito umano si innalza alla ricerca della verità». Il dato di ragione e il dato di fede si armonizzano felicemente: è la teologia. È la fede che cerca l'intelligenza, è la ricerca della intelligibilità del dato rivelato e dell'esperienza di fede dei credenti;
Ecco la Prospettiva della fede: «un sapere che è aperto dal mostrasi del mistero stesso», come i colori delle vetrate di una cattedrale: li puoi ammirare solo dall'interno.
Il secondo capitolo titola: L'anima traccia della destinazione alla beatitudine.
Viene raccolta la provocazione delle neuroscienze, per le quali non c'è traccia dell'anima e viene riaffermata la fondatezza tradizionale del concetto di "anima" - principio spirituale sussistente della persona - come "traccia della destinazione alla beatitudine".
Le molte facce della morte è il terzo capitolo. Viene sottolineato che la morte degli umani, comunque sia vissuta, non è riducibile a fatto biologico della natura, ma è evento "storico", che attiene cioè ai significati, percepiti nella libertà, sia pure condizionata, della persona.
Quarto capitolo, il culmine della trattazione: Il destino beato degli umani. Ci si domanda come armonizzare il concetto di " immortalità dell'anima" - definita come verità di fede rivelata dal Concilio Lateranense V del 1513 - con l'annuncio di fede della "risurrezione dei corpi".
Nel quinto capitolo, Il Purgatorio: Incontro purificatore con la misericordia, il lettore viene aiutato a superare la visione immaginativa "dantesca" per una comprensione del Purgatorio non come il luogo fisico della pena, bensì come uno stato, nel quale il "fuoco" dell'Amore misericordioso di Dio ci purifica e ci introduce nella visione beatifica. Il denso capitolo comprende anche un discorso chiarificatore sulle "indulgenze".
L'ultimo capitolo, L'inferno: tragica possibilità per gli umani. Riporto la citazione di un teologo con la quale Canobbio chiude questo capitolo. «La fede cristiana è essenzialmente speranza, ma questa speranza viene proclamata davanti all'abisso del fallimento. Parlare dell'inferno significa richiamare l'attenzione sull'abisso, ma non fissare l'attenzione su questo abisso e tanto meno affermare che qualcuno ci cadrà dentro».
Mi si permetta a questo punto un rapido accostamento tra il lavoro del "teologo" e il compito del "pastore".
Il teologo ha fatto qui bene il suo mestiere. E il pastore che cosa fa? Ringrazia chi gli dà l'opportunità di riflettere fornendogli innanzitutto "l'esplicatio terminorum" - l'esatto significato dei termini della questione - aiutandolo così ad impostare correttamente il tema in tutte le sue implicanze, antropologiche e teologiche.
È infatti indispensabile la mediazione culturale, «perché una fede che non diventa cultura è una fede non interamente pensata, non pienamente accolta». (Convegno Ecclesiale di Palermo 1995).
Quando il predicatore - ad esempio - è davanti all'uditorio di un funerale, lì, negli uditori, c'è una presenza variegata: l'intelligenza che cerca la fede... e la fede che cerca di comprendersi...Non ci si può ridurre a ripetere luoghi comuni o, peggio, a bandire teorie peregrine per accarezzare gli orecchi ...!
Certo, il genere letterario e lo spazio di un'omelia non consentono argomentazioni filosofiche o erudite dissertazioni esegetiche; però la conoscenza delle une e delle altre è lo sfondo necessario per una parola che sia illuminante ed efficace, che risponda alle attese dell'uomo d'oggi: una parola ecclesiale che cerca onestamente di mediare la Parola delle Scritture.
Concludendo. Sono fiero di appartenere a una Chiesa non dell'aut-aut, ma dell'et-et; una Chiesa che, consapevole della complessità del reale, non cerca scorciatoie semplificatorie; una Chiesa che, in religioso ascolto della Parola di Dio, sa che questa Parola è la risultante di una costellazione: Scrittura, Tradizione vivente, Magistero. Un Magistero che incoraggia e sollecita la ricerca teologica, il confronto serio e leale con le istanze culturali del tempo, mantenendoli nell'alveo vitale della Tradizione; una Chiesa che, avendo ben presente la "gerarchia delle verità", sa aiutare con sapienza, credenti e non, a discernere i "segni del tempo" senza smarrire il senso cristiano della vita: del vivere e del morire, dell'amare e del patire, del lavorare e del fare festa. Nella convinzione che non c'è umana convivenza senza giustizia, ma che non c'è giustizia senza misericordia; e che non c'è misericordia senza verità. «Veritatem facientes in caritate, Vivendo nella carità secondo verità». (Efesini, 4,15) |